I monumenti
La torre campanaria
la torre campanaria
La torre campanaria
Simbolo glorioso del comune, la Torre Campanaria, coronata da merli è un opera che risale al 1154. Lo stile è quello di transizione dal romanico al gotico. La pianta è quadrata e la facciata principale è rivolta ad oriente. Le bifore rivolte a ovest, hanno gli archetti con l’intradosso a tutto sesto, e l’estradosso a sesto acuto, decorato con motivi ornamentali e animali di stile romanico. Le bifore a nord sono di eguale misura, le bifore rivolte ad oriente sono di diversa grandezza e sul lato sud vi è una grande monofora a tutto sesto. Notevole è l’effetto decorativo, dato dal contrasto che ha la pietra lavica scura e la bianca pietra calcarea, che si osserva nella loggia superiore. Sulla facciata principale dell’edificio, si osservano lo stemma dell’abate vescovo Platamone, che fece restaurare l’edificio nel 1454, il quadrante circolare di un antico orologio e una grande finestra decorata. All’interno si osservano, un arco lavico a tutto sesto dove è scavata una piccola nicchia, delle grandi nicchie che erano le finestre che si affacciavano dentro la chiesa, e un passaggio costituito da un arco a sesto acuto, che da sulla chiesa madre. Al pian terreno dell’edificio si osservano tracce della medioevale cappella di S. Leone, da cui proveniva una quattrocentesca tavola S. Leo del Panacchio che adesso si trova a Catania. Attaccato alla torre si trovava il chiostro del monastero benedettino demolito nel 1929. La torre serviva come anello di congiunzione tra il castello di Adrano e quello di Paternò per le segnalazioni luminose.
la torre
La torre campanaria
Il Palazzo Municipale
il municipio
Il palazzo municipale
Posto sulla piazza Umberto I, l’attuale municipio risale al 1646, come è inciso sulla facciata, costruito dai PP. Benedettini in stile barocco, come ampliamento al monastero, fu adattato a sede municipale nel 1860 a seguito della scorporazione dei beni ecclesiastici. Sul portico d’ingresso si notano due nicchie. Sotto il barocco balcone principale vi è un arco in pietra lavica del XII secolo, cavalcavia che consente il passaggio in piazza, dal “piano della Badia” attuale piazza Madonna delle Grazie. L’interno presenta vari elementi gotici e romanici. Interessante è la stanza del sindaco, ex stanza dell’abate, con un ricco arredo mobiliare ligneo, il soffitto decorato, e un lampadario in vetro. Durante gli ultimi lavori di restauro, sono emersi elementi architettonici, che risalgono con certezza al secolo XII.
il palazzo comunale

Il palazzo comunale

La fontana del cherubino
la fontana del cherubino
La fontana del Cherubino
La Fontana del Cherubino, chiamata popolarmente “‘a funtana”, si trova a valle dell’abitato, sotto una rupe basaltica. L’attuale struttura è del 1757 da come si legge dalla data incisa su una scurissima pietra lavica posta al centro. Esisteva già precedentemente una fonte nel periodo Aragonese, dato che l’acqua che la alimenta costituita da una sorgente naturale. La sua decorazione è barocca formata da 16 archetti ciechi, con delle colonnine tortili, sotto di essi vi sono 10 mascheroni in pietra lavica da dove esce l’acqua.
mascherone
Particolare di un mascherone
Palazzo Bruno
Palazzo Bruno
Portone d'ingresso del palazzo Bruno
Edificio del XIX secolo, appartenuto ad una delle più facoltose famiglie locali, tra i vari ambienti si trovano anche la cappella privata e una torre merlata. Essa si presenta rastremata  verso  l’alto, nelle sue facciate non presenta aperture. I due ingressi principali del palazzo, sono in pietra lavica con archi a tutto sesto, uno è ubicato in via Vittorio Emanuele, ed è decorato con un grosso mascherone posto come chiave d’arco, l’altro si trova in via Stefania Senia e presenta al centro la rappresentazione del SS. Sacramento. All’interno del palazzo si trova anche l’antico fercolo di san Giuseppe, che occorreva a portare in processione il simulacro del patrono durante la festa, quando era a carico della famiglia Bruno.
La torre del palazzo
La torre del Palazzo
Palazzo Ardizzone
palazzo ardizzone
Il palazzo Ardizzone
Edificio del XVII – XIX secolo sulla via principale, ha la classica forma barocca. La facciata, in pietra bianca, è a due ordini, il primo decorato a bugnato, con il grande portale, e la seconda con dei balconi barocchi, separati tra di loro da pilastri da dove emergono facce di leoni rampanti. Le volte delle stanze sono per la maggior parte affrescate. Dal portone principale, si accede ad un grande e arieggiato atrio, con una volta decorata. Il palazzo presenta due corti, la principale è decorata con rilievi barocchi. Al suo interno è ospitato il Museo Civico  Comunale. Il Museo civico comunale, è di recente istituzione, inaugurato il 2 febbraio 2001, anche se la sua progettazione risale a molti anni fa. A pian terreno, ospita le ricostruzioni, delle antiche botteghe, dove si praticavano i mestieri che oggi sono caduti in disuso, o che si sono rimodernati, nelle stanze sono riprodotti gli ambienti di lavoro, con gli antichi strumenti, inoltre vi è un ampia sala per conferenze. Ai piani superiori vi sono i reperti archeologici, dei vari scavi, e parecchi oggetti sacri provenienti dalla chiesa madre, che vanno dai secoli XVI a XIX.
Le tre cisterne
le tre cisterne
La tre cisterne
Esistenti in contrada Cavaliere-Bosco, tre cisterne o  pozzi in pietra lavica, che oggi sono cadute in disuso, costruite sotto la dominazione romana, che un tempo raccoglievano l’acqua piovana per dissetare il bestiame di transito da quelle parti. Dette cisterne sono citate nel diploma Normanno del 1143.
La casina del cavaliere
la casina del cavaliere
La casina del Cavaliere
Costruzione medioevale del XIII secolo, sita in contrada Cavaliere, citata anche nel romanzo di Federico De Roberto, “I Viceré ” del 1894.
L’edificio era adibito, a dimora estiva dei Benedettini, ed era composto da un palmento, dove vi è una torre a pianta quadrata, che ha sostituito un’altra torre a forma cilindrica, e vari ambienti per la lavorazione dell’uva, ancora in funzione, della vasta vigna, che lo circonda. L’altra ala era adibita a dimora dei monaci, vi erano le celle e una piccola cappella, adesso non più esistente. La sua decadenza lo vide impegnato come palmento, come stalla, e come deposito per attrezzi. Soltanto di recente è stato acquistato, da un privato, che restauratolo, e dandogli ancora splendore, lo ha adibito a ristorante, e ciò ha permesso la sua conservazione.
In ricordo della sua originaria funzione, ogni sei Gennaio, solennità dell’Epifania viene celebrata la Messa, e viene offerta ai partecipanti un pasto gratuito.
La torre del palmento del Cavaliere
La torre di Calafato

La torre di Calafato

La torre di Calafato

Costruzione riconducibile al periodo greco. Le sue origini e le sue funzioni sono molto incerte. La più probabile è quella che si tratti, di una costruzione adibita a sepolcro, vista la cavità dell’interno, o a torre di vedetta. È costituita interamente in pietra lavica, la sua struttura è piramidale, con i rialzamenti a gradoni, in cima vi è un terrazzo. Attualmente l’edificio si trova all’interno di una proprietà privata.

La murami
la murami

La Murami

Piazza principale del paese, il suo nome è Piazza Umberto I , ma a Licodia dalla maggior parte di persone è conosciuta, con il nome dialettale di Murami, nome che gli proveniva dalla sua struttura a muraglia, ormai inesistente dagli anni ’70, e che ha generato il nomignolo dialettale che si attribuisce ai licodiesi, ossia “Babbi da Murami”. Su detta piazza si affacciano la matrice del SS. Crocifisso, il Municipio,e la Torre Arabo Normanna. Attorno alla piazza, e nelle zone adiacenti,  si affacciano i decorati prospetti liberty e barocchi, delle ottocentesche palazzine.
La villa comunale, giardino belvedere
il belvedere
Il Belvedere
Ultimato nel 1957, dal geometra Luigi Sambataro, sul terreno donato gratuitamente dalla signora, Adelaide Bruno Alessi, da cui prende il nome l’ampio viale che vi conduce, ultimato nel 1951. La villa è stata sempre un aspirazione del popolo licodiese. È posta su una rupe basaltica, vi si gode una spettacolare veduta sulla piana di Catania, sulla valle del Simeto e sui paesi circostanti. E’ a forma rettangolare, al centro vi è un grande spiazzale, pavimentato a scacchiera, al centro una maiolica con lo stemma del comune. Di fronte, la fontana con una statua marmorea della Venere, copia della statua del Canova. La villa è il maggiore polmone verde della città, luogo di ritrovo dei giovani, di anziani e di persone di tutte le età.
la piscina
La vasca
La zenia
La zenia
Noria o mulino ad acqua, caratteristici e antiquati apparecchi per sollevare l’acqua dai pozzi, nel territorio Licodiese ne esistono due, una in contrada Paratore, e l’altre in contrada Buglio, dove esiste un acquedotto ad arcate del XVI secolo. Di queste norie ormai si sono persi,sia gli attrezzi, sia l’utilizzo.
Gli ulivi millennari
ulivo millennario
L'ulivo millennario
La coltivazione degli ulivi a S. Maria di Licodia risale al IV secolo a.C. L’intero centro abitato è circondato dagli ulivi, ma tra i molti se ne distinguono due nella Chiusa Balzo, oggi Piazza degli Ulivi, vicino alla villa comunale. Secondo la relazione della Commissione dell’Accademia delle Scienze di Berlino, venuta in Sicilia per lo studio dell’Etna nel 1840, e preseduta dal Barone Walterschausen, essi sono stati considerati dell’età di 25 secoli. Se il calcolo di Walterschausen risultasse veritiero, essi sono i più antichi di Sicilia. Su questo si ha una testimonianza storica, nel libro III dell’azione seconda delle Verrine di Cicerone; egli racconta di un certo Ninfodoro da Centuripe venuto nel foro di Etna a chiedere giustizia ad Apronio, Ministro di Verre, circa la restituzione del frumento, quegli lo fece impiccare in una pianta d’oleastro che si trovava nel foro di Etna (nome romano di Licodia). Verso la fine dell’XI secolo, ad opera dei Normanni in dette piante venne praticato l’innesto.
l'altro ulivo
L'altro ulivo
La pietra pirciata e le grotte del mulino
la pietra pirciata
La pietra pirciata
Si trovano entrambe a sud-ovest dell’abitato, in prossimità del rione Caselle. La roccia chiamata “Petra Pirciata”, è una roccia di arenaria friabile di colore giallo chiaro. La Roccia Forata, è nominata nel diploma Normanno del 1143. Accanto ad essa due grotte della stessa natura ormai decimate, le grotte del Mulino.  Ma chi fece il buco di quella roccia? La leggenda vuole che, migliaia di anni fa popolavano la Sicilia, giganti con un occhio solo al centro della fronte, detti ciclopi, questi erano Polifemo, Bronte, e Carlapone. Quest’ultimo superava gli altri per altezza e forza. “un giorno i ciclopi dovettero spartirsi un bottino, vennero a diverbio e Carlapone, montato su tutte le furie, per dimostrare la sua forza, poggiò l’indice della mano destra sulla roccia, premette un po’, ed ecco che il dito penetrò nella dura roccia. Gli altri ciclopi vedendo la sua forza, cedettero e non contrariarono più il gigante Carlapone. Questo e quello che si racconta, un altro racconto è quello che il buco serviva come attracco per le navi, quando a Licodia arrivava il mare, cosa dimostrata dai resti di conchiglie fossili, presenti nelle rocce. Ma la verità è che il buco lo hanno fatto i licodiesi, per controllare l’acqua del canale che scorreva sotto la roccia.
la grotta
La grotta
L'altarino del purrazzaro
l'altarino del purrazzaro
L'altarino del Purrazzaro
Prende il posto della  vecchia  Croce dei  padri  benedettini  alta  più di 4 metri, che segnava la fine della Via Crucis. Venne fatto costruire dai fratelli Giuseppe, Alfio, Antonio e Gregorio Borzì,
come voto per essere tornati sani e salvi dalla guerra del 1915- 1918.Ha forma quadrata, con quattro icone per lato. In esse furono poste le statue del Sacro Cuore di Gesù, della SS. Vergine Immacolata, di S. Giuseppe, e di S. Luigi, adesso sostituita da quella di  S. Antonio.
Ottenuta l’autorizzazione del sacerdote Francesco Rapisarda, nel 1921 iniziarono i lavori di costruzione, con l’aiuto finanziario di tutte le famiglie agiate del rione.
L’altarino è in pietra, di fattezze barocche, è coronato da una statua simbolica della Fede, arbitrariamente interpretata come S. Elena, è circondato da un inferriata in ferro battuto. L’altarino viene riccamente addobbato in occasione della processione del Corpus Domini.
Un tempo il 31 Maggio vi si celebrava la Messa.
l'altarino del purrazzaro
L'altarino del purrazzaro
I quartieri più antichi
Sono “Caseddi” (Caselle), “Pipi ”(Pepe), “Purcaria” (Pulcheria) e “San Gaetano”sono i quartieri più antichi del paese.

Infatti in questi quartieri, si nota ancora qualche rudere dell’epoca, della costruzione del monastero. Essi si sono formati sul terreno che dava loro, il monaco, Geremia Cassinese di Sant’Agata, che era priore del monastero fondato dal conte Simone di Policastro.

I sopramenzionati quartieri sono così ubicati:

“ CASEDDI ”a sud del monastero

“ PIPI ”a ovest del monastero

“ PURCARIA ”a nord-ovest del monastero

“ SAN GAETANO ”a sud est del monastero