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Considerata la devozione popolare, e le richieste del vicario parrocchiale, il 6 luglio 1917, l’arcivescovo pro tempore di Catania, concedeva volentieri, alla parrocchia di Licodia, l’indulgenza di 200 giorni a chi avesse recitato la giaculatoria “O san Giuseppe, padre putativo di Gesù Cristo e vero Sposo di Maria Vergine, pregate per noi e per gli agonizzanti di questo giorno (di questa notte)”. Da sempre la festività è stata cara al popolo, il quale ha cercato di renderla, sempre più sfarzosa, poiché oltre ad onorare degnamente il Santo Patrono, essa doveva attirare gli abitanti dei paesi vicini, e soprattutto, gli abitanti della vicina Paternò, giungevano la domenica, ma principalmente il Lunedì, che appunto era nominato “a festa de Patunnisi”, anche a piedi per poter godere dei festeggiamenti, e spesso in piazza sorgevano dei diverbi tra i cittadini dei due paesi, che sfociavano a volte in liti, e si arrivava pure ad alzare le mani. La devozione dei licodiesi e dei paternesi, nei confronti del Santo, si manifestava nei giorni della festa, quando la pesante “vara” di S. Giuseppe, veniva portata a spalla, lungo tutto il tragitto. Quest’ultima tradizione ormai decaduta. Ma come un tempo anche ai nostri giorni, le feste patronali, attirano gli abitanti del circondario, una volta magari si era più attirati dalla devozione, oppure quando venivano organizzate le fiere ( come la fiera del bestiame in piano Costa Botte), era l’occasione per acquistare qualcosa di utile alla casa e alla famiglia, e si aspettavano proprio le feste per poter fare compere, come anche per poter mangiare qualcosa di più sostanzioso degli altri giorni. Ma questa è un epoca consumistica, dove a volte certi valori come quelli religiosi o devozionali, sembrano superati, ma tuttora la festa patronale, attira i residenti dei paesi limitrofi, che oltre alla curiosità di vedere i fuochi d’artificio, le luminarie, e soprattutto lo spettacolo musicale, non omettono la visita alla chiesa per vedere il santo, che sembri aspettare e accogliere tutti da sopra l’altare, e magari di lasciare qualche offerta e prendere un immagine. Il popolo licodiese, è stato sempre l’organizzatore dei festeggiamenti in onore del santo Patrono, un tempo era il sindaco stesso a essere a capo del comitato, che all’epoca era chiamato, “Deputazione di San Giuseppe”, ed egli, il maresciallo dei carabinieri, il parroco, ed il presidente della confraternita detenevano le chiavi per aprire la cassaforte che conteneva i preziosi di san Giuseppe, il giorno della vigilia si riunivano in chiesa e con una solenne cerimonia aprivano la cassa posta dietro l’altare, e tra la gioia dei fedeli adornavano il simulacro del Santo. Questa tradizione decadde a seguito dei furti sacrileghi degli anni ’70, i quali privarono il Santo dei numerosi e antichi ex voto che nei secoli il popolo aveva donato, e si ritenne opportuno trasferirli in un luogo più idoneo. Nel 1957, per volere del sacerdote Vito Rapisarda, la festa fu affidata alla Confraternita di S. Giuseppe, che la organizzò fino al 1962, anno in cui alla congregazione si aggregarono membri laici, ma solo nel 1997 tornò definitivamente in mano alla cittadinanza che si riunisce in un apposito comitato per i festeggiamenti in onore di S. Giuseppe.
Il legame di devozione del popolo nei confronti del santo è qualcosa che nasce dall’intimo del cuore, al santo ci si rivolge come ad uno di famiglia, ci si è affezionati lo si vuole bene, si prega nei momenti di bisogno, e il Padre della Provvidenza non manca mai a soccorrere chi lo invoca “Qualunque grazia si domanda a S. Giuseppe verrà certamente concessa, chi vuol credere faccia la prova affinché si persuada”, sosteneva S. Teresa d’Avila. “Io presi per mio avvocato e patrono il glorioso s. Giuseppe e mi raccomandai a lui con fervore. Questo mio padre e protettore mi aiutò nelle necessità in cui mi trovavo e in molte altre più gravi, in cui era in gioco il mio onore e la salute dell’anima. Ho visto che il suo aiuto fu sempre più grande di quello che avrei potuto sperare...”( cfr. cap. VI dell’Autobiografia), se si prende in considerazione questo è normale che per ogni circostanza si chieda la protezione e l’aiuto di san Giuseppe, per questo molti portano il santino sempre nel portafogli, come per avere continuamente la protezione del santo su di se. Un tempo alcune donne indossavano il voto in onore del Santo che portavano nei giorni della festa, consistente in un abito blu cinto da un cordone a bande gialle e blu e terminante in nappe degli stessi colori. Altri invece domenica mattina arrivavano in chiesa a piedi scalzi. Numerose anche le promesse, “prumisioni”, sciolte attraverso qualcosa di tangibile, come un prezioso, e come si evince dall’inventario della chiesa di san Giuseppe del 1911, esistevano anche parecchi ex voto in cera offerti dai fedeli. Ma l’affetto diventa a volte vera e propria gelosia del santo e delle sue cose, l’oro, il fercolo, sono oggetti che appartengono esclusivamente al Patrono, e nessuno può disporne diversamente dal proprio uso. Ed il simulacro è la cosa di cui si è maggiormente gelosi, si custodisce con grande cura, e molti sono quelli che vorrebbero spostarlo la domenica mattina dall’altare alla vara, ma per norma si deve seguire una procedura per chi deve essere incaricato a detti movimenti, e in questo caso entrano in scena i confrati di san Giuseppe, gli specifici custodi del simulacro del fercolo e dell’oro, che al grido “Confratelli, viva san Giuseppe” dirigono i movimenti e la vestizione del santo.
Istauratosi detto legame affettivo è chiaro che il santo Patrono è considerato parte integrante dello stesso paese, tutti vorrebbero che la processione passasse dalla propria via cosicché il santo benedica la casa, e tutti secondo le proprie facoltà contribuiscono alla buona riuscita della festa, elargendo la propria offerta quando il comitato passa casa per casa a chiedere contributi, perché la festa si fa grazie alle offerte dei devoti, quindi chi vorrebbe stravolgere questa armonia tra il fedele e il Santo verrebbe a creare degli inconvenienti come quelli accaduti che si narrano di seguito; Nei primi anni del novecento, vi fu un tentativo di furto della vara e del Santo da parte dei cittadini paternesi. Le cose così andarono, i paternesi chiesero di poter portare la vara per un tratto di strada, ma invece di tornare indietro verso la chiesa, presero di corsa la strada che portava a Paternò, i licodiesi accorgendosi del loro tentativo di furto, raggiunsero la vara, e a furia di bastonate si fecero riconsegnare il Santo e trionfalmente ritornarono verso la chiesa. |